Discografia (1968 - 2002)


Wonderwall Music (1968). E' la prima esperienza di Harrison da solista e come compositore di colonne sonore per film. Fu il regista Joe Massot a convincere George a comporre questa "mini-antologia" della musica indiana, che da tempo Harrison cercava di diffondere in Occidente. L'album fu registrato in parte negli studi della EMI di Bombay con musicisti indiani, e in parte a Londra negli studi di Abbey Road con Eric Clapton, I Remo four, Ringo Starr, John Barham e Tommy Reilly.



Electronic Sound (1969). Prodotto da Harrison per la Zapple, l'etichetta di sperimentazione della Apple. All'epoca della sua uscita evidentemente la musica elettronica era ancora agli albori, probabilmente questo il motivo che spinse George a cimentarsi in questa nuova direzione. “Un indizio dell’avanguardia”, è il commento dello stesso Harrison al disco. L’album contiene due sole lunghe tracce strumentali e un interessante copertina disegnata dallo stesso George.



All things must pass (1971). Probabilmente il migliore album di Harrison e dell'intera discografia solista dei quattro Beatles dopo il loro scioglimento. George stupì tutti con questo irripetibile triplo album, che tra l'altro ottenne anche un grande successo commerciale. Cominciò a lavorarci già durante le ultime session di "Abbey Road", e si avvalse della collaborazione di artisti del calibro di Bob Dylan, Eric Clapton, Ringo Starr, Billy Preston. Rappresenta una sorta di liberazione da parte di Harrison dal pesante binomio Lennon/McCartney, che per anni ne avevano soffocato l'enorme talento. L'intero album è pervaso da un'atmosfera surreale che va dalla bellissima e mistica My sweet Lord alla struggente Isn't it a pity, alla enigmatica Let it down, alla riflessiva Beware of darkness, alla magica Ballad of sir Frankie Crisp (Let it roll) ispirata alle atmosfere di Friar Park, la villa di Harrison, fino ad arrivare alla filosofica All things must pass, che dà anche il titolo al disco(…solo per citarne alcune!). Notevoli anche le jam session finali, catturate nel terzo disco. Inoltre nel 2001, in occasione del trentennale, è stata pubblicata la ristampa su CD dell'album rimasterizzato che contiene l'inedito I live for you e una nuova versione di My sweet lord oltre ad alcune altre bonus track.



Concert for Bangladesh (1971). E’ l’album che cattura le atmosfere del mitico concerto, il primo vero grande evento rock per beneficenza. Un eccellente disco con un George in gran forma accompagnato da un' orchestra rock di tutto rispetto con Eric Clapton alla chitarra, Billy Preston e Leon Russell alle tastiere, Klaus Voormann al basso e Ringo Starr alla batteria. Notevoli anche le performance di Ravi Shankar e dei suoi musicisti indiani e di un ritrovato Bob Dylan, tornato sul palco per l'occasione dopo un lungo silenzio.



Living in the material world (1973). Tema dell’album è il contrasto tra il mondo spirituale, al quale Harrison era sempre più vicino, e il mondo materiale, dal quale per altro George non si tira fuori. Un “All things must pass” in tono minore, ma senza dubbio un disco di ottima fattura che ha il merito di contenere brani di livello assoluto come Give me love (Give me peace on earth), le splendide e dolcissime Don't let me wait too long e That is all, la raffinata Who can see it , e la mordace Sue me, sue you blues.



Dark Horse (1974). Rappresenta un punto di svolta per Harrison, sia dal punto di vista artistico sia per quanto riguarda la sua vita privata. Da molti criticato, fu registrato in pochissimo tempo a causa dell'imminente tour americano che doveva accompagnarlo. Durante le incisioni George si ammalò alla gola, ma dovette ultimare ugualmente il lavoro. Lo stesso Harrison, non convinto del prodotto finale, aggiunse all'interno della copertina frasi del tipo "Siate dei visitatori gentili per le vie di questo giardino…il giardiniere fatica per rendere il suo giardino bello soprattutto per il suo piacere personale". Contiene però brani notevoli come Ding dong, ding dong, brano dedicato alla nuova fiamma di George (Olivia Arias, che diventerà sua moglie), Simply shadi cronaca di ciò che succede ai ragazzacci cattivi nell’industria musicale, la triste ma bella So sad e l’autobiografica title-track Dark horse, ed è comunque un album suonato ottimamente.



Extra Texture (read all about it) (1975). L'ultimo album con l'etichetta Apple. Dopo le pesanti critiche ricevute per “Dark Horse” e per il Tour del ‘74, George si affrettò a registrare questo album sforzandosi tantissimo per cercare di riscattarsi. Eppure nonostante le bellissime canzoni, ed i ricchi arrangiamenti, il disco non ottenne il successo sperato. Oltre a You, brano ripescato dalle session di ATMP e destinato inizialmente a Ronny Spector (moglie del produttore Phil), spiccano per raffinatezza canzoni di grande spessore come The answer's at the end e World of stone e un grandissimo pezzo come This guitar (can't keep from crying), naturale seguito della più celebre While my guitar gently weeps di beatlesiana memoria, che celava un invito alla critica ad essere meno impietosa. Anche in questo album all’interno della copertina un indizio nascosto: ONOTHIMAGEN (oh no this man again…).



The best of (1976). E’ la prima raccolta di successi di Harrison. L’album è diviso in due parti: nella prima alcuni dei brani di George del periodo Beatles, nella seconda i suoi successi da solista dal 1971 al 1975. Pare che la raccolta non fu mai approvata da Harrison, che non sopportava il fatto che si dovesse ricorrere al ripescaggio dei suoi vecchi brani Beatles. Una cosa è innegabile però, le canzoni sono tutte bellissime (Something, Here comes the sun, My sweet lord, Give me love etc.), e il disco ha il merito di essere l’unico a contenere la versione studio di Bangladesh.



33&1/3 (1976). E’ un album molto amato dai fans di Harrison, ed il primo con la Warner Bros. Dal punto di vista musicale si caratterizza per un bellissimo sound: spiccano i raffinati arrangiamenti e la grande slide guitar di George oltre che brani di spessore come il singolo Crackerbox palace, come See yourself, la cui prima stesura risale al periodo Beatles, la dolcissima Beautiful girl, la spirituale Dear One, dedicata a Paramhansa Yogananda, e una splendida versione di True love di Cole Porter. Notevole anche l’altro singolo, This song che è un divertito commento di George sul presunto “plagio” di My sweet lord.



George Harrison (1979). Il titolo di questo album nella sua semplicità non potrebbe essere più significativo. "George Harison" finalmente lui, dopo anni di risentimenti, di accuse e di critiche fondate o meno e dopo un silenzio durato tre anni. Un ritorno alla grande di Harrison, finalmente ritrovato e in pace con se stesso. Il disco, prodotto da George con Russ Titelman, si apre con la splendida Love comes to everyone, passando per Not guilty, brano risalente alle session del White album dei Beatles e qui riproposto in una raffinata versione acustica, Your love is forever caratterizzata da una bellissima prograssione di accordi, fino ad arrivare alla spensierata Blow away che è anche il singolo e che probabilmente avrebbe meritato maggior successo. Una nota particolare meritano anche brani come Here comes the moon, con evidente rimando alla precedente beatlesiana Here comes the sun, Faster, dedicata al mondo della Formula1 grande passione di Harrison, e le dolcissime Dark sweet lady e Soft touch, rispettivamente dedicate alla moglie Olivia e al neonato figlio Dhani.



Somewhere in England (1981). L'album sarebbe dovuto uscire già nel 1980, ma due motivi ne tardarono la stampa. Il primo, il più banale, fu il rifiuto della Warner di pubblicare il primo prodotto presentato da Harrison, che non era ritenuto all'altezza delle esigenze di mercato dell'epoca. E così furono scartati inspiegabilmente splendidi pezzi come Flying hours e Sat singing. Il secondo motivo del ritardo, il più significativo, fu la prematura scomparsa del compianto Lennon. George, che aveva già composto All those years ago con un altro titolo e con un altro testo, volle a tutti i costi riprendere il pezzo per dedicarlo all'amico John e alla favolosa avventura con lui condivisa. Il brano vede anche l’apporto, se pur in momenti separati di Ringo, George Martin, e di Paul e Linda McCartney. Probabilmente non all'altezza del precedente "George Harrison", "Somewere in England" , prodotto in collaborazione con l'amico percussionista Ray Cooper, presenta comunque ottimi spunti da parte di George quali l'introduttiva Blood from a clone, dedicata alle "esigenze" del mercato discografico, la spensierata Unconsciousness rules, la coinvolgente Teardrops e la superba e mistica Life itself, un classico brano “alla Harrison”, e ovviamente la già citata All those years ago, brano, tra l’altro, che riportò Harrison in alto nelle hit-parade.



Gone Troppo (1982). L'album sconosciuto e forse più criticato di Harrison. Eppure il disco, prodotto da George con Ray Cooper e Phil McDonald, risulta essere piacevolmente solare a cominciare dalla divertente copertina (che contiene le istruzione per fare il cemento), e caratterizzato da ottime canzoni. Tra tutte That's the way it goes, un pezzo di grande spessore “alla Harrison”, passato purtroppo inosservato. Notevole anche il singolo Wake up my love, che però non entrò neppure nelle top100. George, ormai in pace con se stesso, si diverte in spensierate e piacevoli canzoni come Gone troppo, con le sue splendide chitarre acustiche e le ricche percussioni, Mystical One, impreziosita dai mandolini, e la dolce e romantica Unknown delight. Da citare anche la presenza alle tastiere di Jon Lord, nella conclusiva e riflessiva Circles, ripescata dalle famose session del White album.



Cloud Nine (1987). Dopo ben cinque anni di silenzio un grandissimo ritorno di George con questo favoloso album. Il disco riporta Harrison ai fasti di un tempo ormai lontano, balzando in cima alle classifiche di tutto il mondo, sulla scia del singolo Got my mind set on you, una cover di un vecchio brano di Rudy Clark. Prodotto in collaborazione con Jeff Lynne degli E.L.O., vede anche la collaborazione di vecchi amici di George come Eric Clapton, Elton John, Ringo Starr, Gary Wright e Ray Cooper. Un Harrison molto dinamico, dimostra di poter offrire ancora pagine di ottimo rock e ormai entrato in una nuova dimensione, che culminerà nello scanzonato e divertito progetto dei Travelling Wilburis assieme agli amici Bob Dylan, Roy Orbison, Tom Petty e appunto Jeff Lynne. Lasciano il segno le chitarre di Cloud nine, brano di apertura che da il titolo all'album, e della travolgente Devil's radio, le romantiche This is love e Someplace else, la struggente Just for today, la bella That's what it takes e la nostalgica When we was fab, brano dedicato alla grande avventura dei Beatles.



The Best of Dark Horse (1989). E' la raccolta dei migliori brani di Harrison dal 1976 al 1989. Contiene grandi successi come Got my mind set on you e All those years ago, ma anche brani meno conosciuti, eppure di grande valore, come Blow away, Life itself, That's the way it goes e Gone troppo. Inoltre presenta tre brani inediti che sono Poor little girl, Cackemamie business, e Cheer down, quest'ultimo composto con Tom Petty e facente parte della colonna sonora del film Arma letale. In definitiva un gran bell’album, che ripercorre ottimamente l'evoluzione artistica di George, nonostante non abbia avuto grande riscontro dal punto di vista commerciale.



Live in Japan (1992). A parte The concert for Bangla Desh, è l'unico album dal vivo dell'intera carriera solista di George. Ritiratosi dalle scene dopo il tuor americano del lontano 1974, Harrison convinto dall'amico Eric Clapton, intraprese nel 1991 un piccolo tour giapponese. Ad accompagnarlo nel suo vasto repertorio proprio il grande chitarrista Clapton, con una favolosa band. L'album raccoglie una sequenza straordinaria di canzoni che spazia dalle beatlesiane Something, Here comes the sun, Taxman, a cavalli di battaglia di George come My sweet lord, Give me love, Dark horse, fino alle più recenti All those years ago e Got my mind set on you. Il finale è rigorosamente affidato alla mitica Wile my guitar gently weeps, con Harrison e Clapton intramontabili alle chitarre, e alle nostalgiche note di Roll over Beethoven, di Chuck Berry. Il tutto catturato nella magica atmosfera di questo favoloso doppio album live.



Brainwashed (2002). Uscito postumo rappresenta il perfetto testamento musicale di George Harrison, capitolo conclusivo di quella ricerca del Signore e della spiritualità cominciata splendidamente con ATMP, e qui conclusa e ancora più consciamente realizzata dalle esperienze di vita vissuta e dalla terribile malattia. Completato dal figlio Dhani e da Jeff Lynne, rappresenta forse il culmine dell’abilità compositiva ed interpretativa di Harrison, e si caratterizza per canzoni di forte impatto e per una slide guitar che colpisce al cuore. Lasciano un segno profondo brani come Any Road, che rimanda alle atmosfere dei Traveling Wilburys, Pishes fish, bucolica ballata nella quale un contadino mette a dormire la sua mucca pazza, Rising sun, sinfonia dalle magiche atmosfere tipicamente harrisoniane, Marwa blues, brano strumentale dalla cadenza Hare Krishna, Stuck inside a cloud, struggente e piena di sofferenza ma al tempo stesso bellissima, la sognante Run so far e la conclusiva title-track Brainwashed, che riprende il tema del contrasto tra il mondo spirituale e quello materiale, ricorrente nei lavori di Harrison, e che si chiude con il mantra indiano Namah Parvarti, con il quale George sembra darci l’ultimo sereno saluto prima di tornale nel suo cielo spirituale.



The Dark Horse years 1976 - 1992 (2004). E’ il ritorno dei sei album di Harrison firmati Dark Horse, che ormai da anni non erano più disponibili, e che vengono finalmente riproposti con un suono più fresco e limpido e con l’aggiunta di una bonus track per disco (due per Cloud nine). Imperdibile il cofanetto che oltre a raccogliere l’intera discografia ‘76-’92, contiene anche un DVD con alcuni videoclip di questo periodo (in particolare bellissimi quelli di This song, Fab e This is love), con quattro inediti video tratti dai concerti giapponesi del ‘91(su tutti Cheer down con George alla slide!), e con i video dei tre brani che George compose per il film Shangai Surprise, tutti conditi dai divertiti commenti dello stesso Harrison.



The Concert for Bangladesh - George Harrison & Friends (2005). E’ la ristampa del fortunato concerto per il Bangladesh del 1971, e dobbiamo sottolineare come questa riedizione renda pienamente giustizia a questo leggendario evento. Il suono è stato curato alla perfezione facendo “resuscitare” strumenti che nella vecchia edizione erano quasi impercettibili (su tutti il basso di Klaus Voorman e la chitarre acustiche dei Badfinger), e perfino la rinnovata copertina/cofanetto appare curatissima fino al minimo dettaglio. E’ stata inoltre aggiunta la bonus track Love minus zero/no limit di Bob Dylan. Sono disponibili finalmente anche due versioni DVD del concerto (normale, e deluxe), entrambe contenenti due DVD, dove nel primo è contenuto l’intero concerto e nel secondo è possibile vedere un interessante documentario con interviste ai protagonisti e con spezzoni inediti delle prove (IMPERDIBILE!!!).





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